Gli ambienti

L’area protetta è costituita da ambienti tipicamente montani, ma nell’ambito dei suoi quasi 20.000 ettari sono rappresentati luoghi magici tra i più vari: imponenti pareti di bianca dolomia, verticali dirupi di porfido scuro, curiose forme geologiche, valli impervie, forre scavate da impetuosi torrenti, aridi altipiani rocciosi e piccoli ghiacciai, dolci pascoli alpini e rotonde praterie fiorite, limpidi specchi d’acqua, testimoni di più imponenti e antichi ghiacciai, suggestive e secolari foreste che amplificano le voci della natura e dove non è favola l’incontro con la fauna selvatica. In questa sezione puoi conoscere alcuni degli ambienti più suggestivi del Parco.

La foresta di abete rosso

Foresta di Paneveggio

La foresta di Paneveggio è conosciuta anche come la foresta dei violini per l’uso del suo legno per la costruzione delle casse armoniche

Entriamo nel Parco da ovest, dalla Val Travignolo: è l’accesso “storico” seguito dai primi viaggiatori e geologi, soprattutto inglesi, che nella seconda metà dell’Ottocento scoprirono queste montagne aprendole al turismo.

Il primo incontro è con il mare di abeti della foresta di Paneveggio, alla cui ombra si snoda la strada per il Passo Rolle. Il cuore verde del parco, un ambiente di sapore “nordico” delimitato da selvagge montagne formate da rocce vulcaniche: a sud la catena del Lagorai, a nord il massiccio Lusia-Bocche.

Possesso dei Conti del Tirolo, e quindi della Casa d’Austria, la foresta di Paneveggio passò dopo la guerra 15-18 al demanio italiano e poi, in seguito allo statuto di autonomia, alla Regione Trentino-Alto Adige e infine alla Provincia Autonoma di Trento.

Gli abeti rossi costituiscono quasi il 90% degli alberi della foresta, associati all’abete bianco alle quote inferiori, al larice e al pino cembro a quelle superiori. Il sottobosco è costituito da un tappeto di mirtillo nero e rosso.

La foresta dei violini

Si racconta che fosse Stradivari in persona ad aggirarsi nella foresta di Paneveggio alla ricerca degli alberi più idonei alla costruzione dei suoi violini: abeti rossi plurisecolari il cui legno, grazie alla sua particolare capacità di “risonanza”, forniva la materia prima ideale per la costruzione delle casse armoniche. Il legno dell’abete rosso è infatti particolarmente elastico, trasmette meglio il suono e i suoi canali linfatici sono come minuscole canne d’organo che creano risonanza.

Per questo gli alberi vengono abbattuti in luna calante, tra ottobre e novembre, quando nel tronco c’è minor quantità di linfa. Gli alberi migliori si riconoscono per gli anelli di crescita molto sottili e perfettamente concentrici, con fibre diritte e fini e scarsa presenza di nodi. Cosi almeno crescevano nel Sei/Settecento grazie al freddo intenso della Piccola Glaciazione e alla mancanza di fenomeni di degrado e proprio di essi si servirono Stradivari e i liutai cremonesi i cui strumenti raggiunsero il massimo della musicalità.

Oggi è quasi impossibile trovare esemplari così perfetti, ma la richiesta di “abeti di risonanza” non manca e dà vita ad un commercio limitato ma significativo: qualche decina di metri cubi all’anno in parte utilizzati dagli artigiani della fabbrica di tavole di risonanza per pianoforti di Tesero e dai liutai cremonesi, in parte esportati in Giappone, paese leader al mondo nella costruzione di tavole armoniche.

L’uomo e la foresta

Due secoli fa la foresta aveva un’estensione pari a un terzo di quella attuale, a causa dello sfruttamento intensivo per rifornire di legname i cantieri della Repubblica di Venezia.

Nel corso della prima guerra mondiale, poi, il fronte l’attraversò per quasi tutta la durata del conflitto e la massa di legname abbattuta in quel periodo corrisponde a quanto, con la gestione attuale, si abbatte in trent’anni. Gravi danni furono provocati anche da un violento ciclone abbattutosi nel 1926 e dall’alluvione del 1966 .

L’aspetto di questa foresta è dunque il risultato di un lungo intervento dell’uomo: l’attuale strumento di pianificazione di tale intervento è un periodico Piano di assestamento, basato su un attento monitoraggio della realtà forestale.

Il primo Piano di assestamento risale al 1876. È compito del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento curare la gestione economica e la sorveglianza della foresta.

Le Pale di San Martino

Altopiano delle Pale di San Martino

L’altopiano centrale delle Pale di San Martino è vastissimo e nascosto; solo in parte è compreso nel Parco.

Percorrendo le valli che circondano il gruppo si costeggiano enormi muraglie rocciose; le stesse pareti, sopraelevate rispetto al pianoro centrale, lo nascondono quasi ovunque alla vista. Anche la Rosetta, che col suo piano inclinato costituisce un orlo dell’altopiano, s’impenna sulla valle del Cismon come per nasconderlo. Occorre penetrare nel massiccio, spingersi sull’orlo dell’altopiano stesso, per rendersi conto della sua grandiosità. È stato definito dai primi viaggiatori ottocenteschi il più selvaggio e sterile dei deserti. È lungo 10 km e largo 5 solo in parte compreso nel Parco.

In realtà il pianoro non è uniforme e piatto, ma obbliga a districarsi fra conche, risalti, deviazioni per evitare profonde crepe nella roccia. L’Altopiano delle Pale è lungo circa 10 chilometri e largo 5, e si distende a una quota fra i 2500 e i 2700 metri. Una marcata frattura, probabilmente dal significato tettonico, lo attraversa in mezzo, da ovest a est: è la Riviera Manna, percorsa, fra i 2400 e i 2500 metri di quota, dal sentiero principale di traversata, dal Passo Canali al Rifugio Rosetta. Su questa direttrice si trova il pittoresco laghetto di Manna.

La superficie dell’altopiano presenta tutti i fenomeni del carsismo superficiale: doline, campi carreggiati, inghiottitoi. Le acque defluiscono in fretta, convogliate per via sotterranea ai torrenti che escono improvvisamente nelle ripide valli laterali. La natura carsica del terreno fa sì che le acque non vengano filtrate lungo il percorso; i rischi d’inquinamento, anche a causa della pressione turistica, sono dunque assai elevati, in un equilibrio ambientale così delicato.

“Il più selvaggio e arido dei deserti”

Nella sua descrizione davanti ai colleghi dell’Alpine Club di Londra, Leslie Stephen, giunto sull’altopiano nel 1869, lo descrive come “il più selvaggio e sterile dei deserti“, un ambiente di curious wilderness. Egli nota che la superficie non ha forti dislivelli, ma porta i segni delle acque superficiali, che lo “hanno inciso con piccole depressioni, mentre l’azione dei ghiacciai ha arrotondato le sporgenze trasformandole in gibbosità a cupola. Il ghiacciaio che scende dalla Fradusta si distende sulla superficie dell’altopiano come il miele sul piatto; e per quanto potevo vedere, le acque di fusione del ghiacciaio sembrano diramarsi in due o tre direzioni. Alcune buche erano piene di neve, il cui scioglimento aveva prodotto piccole polle temporanee; ma per la maggior parte il plateau aveva l’aspetto della più selvaggia e sterile desolazione”.

L’idea di deserto è dominante, non solo nei primi viaggiatori, ma anche probabilmente in tutti quelli che oggi si inoltrano nell’altopiano e, in effetti, le traversate delle Pale sono esperienze particolari, da qualunque parte le s’intraprenda. La genesi di questo “deserto butterato” non è del tutto ovvia. L’ipotesi più accreditata riconosce in esso la superficie della scogliera di dolomia, da cui l’erosione – atmosferica, glaciale, torrentizia – ha asportato gli strati soprastanti più giovani, portandola all’aspetto attuale.

Una conferma di questa idea sta nel riconoscere alcuni tratti pianeggianti anche in altre zone delle Pale e dei gruppi vicini: in particolare, la prosecuzione di un piano lentamente digradante verso nord-est si individua nelle Pale di San Lucano e nel Monte di Pelsa, dall’altra parte del Cordevole. Nella zona del Pelsa e della Civetta, e anche a sud di Primiero, restano le successive formazioni di Dolomia Cassiana e Principale.

Il Passo della Rosetta (2572 metri) è un punto chiave, nella geografia delle Pale: rappresenta l’accesso da nord, dalla Valle di Garès, e da ovest, da San Martino di Castrozza. A poca distanza dal passo fu costruito nel 1889 il rifugio della SAT, punto d’incrocio degli itinerari d’accesso al cuore del gruppo.

Da qui, ancora oggi, l’apparizione dell’altopiano è improvvisa ed emozionante come cent’anni fa. Sulla Val Canali, all’estremo sud-est, l’altopiano mostra un aspetto più arcigno e rupestre e va a esaurirsi in fretta sui ghiaioni attraversati dal sentiero che porta al Rifugio Canali-Treviso. Anche da questa parte le carte riportano toponimi che si riferiscono al carsismo dei luoghi: in particolare qui troviamo il nome tipicamente agordino Foc, “conca”, ma anche “dolina carsica”. I Foc di sopra e i Foc di sotto sono le conche sovrastanti il Passo Canali verso la cresta della Fradusta e il suo ghiacciaio.

Verso nord e verso est l’Altopiano delle Pale si protende sulle valli, e sembra volerle raggiungere andando ad inabissarsi nei pascoli e nei boschi: appunto al Pian di Mièl, o al Campo Boaro, o al Coll’Alto, da cui si scende nel versante agordino. Del tutto diversa la geografia sugli altri lati. La catena centrale e quella trasversale delle Pale si alzano di soli 200-300 metri rispetto alla quota media del plateau, ma questo bordo sopraelevato è sufficiente a renderlo invisibile da valle. Il placido ghiacciaio della Fradusta chiude l’orizzonte verso sud.

Il Lagorai e Cima Bocche

Laghi di Lusia e Cima Bocche

Il Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono le ultime propaggini delle montagne scolpite nel banco di vulcaniti della “Piattaforma porfirica atesina”.

Le rocce che la costituiscono – e che con vocabolo poco preciso, ma diffuso chiamiamo porfidi quarziferi – sono il risultato di una serie di eruzioni che circa 270 milioni di anni fa, nel periodo geologico del Permiano, da vulcani situati nella zona di Bolzano coprirono tutta la regione fino a Cima d’Asta con ondate successive di lave e nubi ardenti. Le ceneri e i detriti incandescenti portati da queste ultime produssero le ignimbriti riolitiche, utilizzate oggi per la preparazione dei “cubetti di porfido” (una cava attiva si trova all’ingresso del Parco, presso il Lago di Forte Buso).

L’accumulo di queste successive colate avvenne sulla terra emersa; si trovano infatti, alternati alle vulcaniti, inserimenti di tufi, arenarie o conglomerati, che testimoniano l’azione erosiva di torrenti che dovevano scorrere in superficie.

Uno sguardo dal culmine della valle, per esempio da Passo Valles, permette di avere sott’occhio l’intera massa di porfidi: sulla destra del Travignolo, Cima Bocche fino al Lusia, sulla sinistra il Lagorai dalla Cavallazza e Colbricon fino al Coston di Slavaci, Cima di Cece e oltre. Vi sono dei punti in cui la struttura della “piattaforma” è particolarmente riconoscibile.

La massa isolata e asimmetrica del Dossaccio(sovrastante la strada che costeggia il lago) presenta nel suo versante sud-est la successione di quattro diverse unità ignimbritiche; sotto le Cime di Bragarolo e di Ceremana (Lagorai) la diversa colorazione delle rocce (dal basso: rosso-mattone, grigio-verde, rossastro) permette di distinguere diversi tipi di ignimbriti alternate a un livello di rocce tufacee. Infine le ignimbriti di formazione più recente affiorano in corrispondenza della Cavallazza, immediatamente a ridosso di Passo Rolle.

I verdi pendii che inquadrano la valle del Travignolo sono testimonianza di questa fase della storia geologica: sono boscosi e ricchi di una vegetazione tipica dei suoli originati dalla disgregazione di rocce magmatiche. La grande foresta di Paneveggio si estende interamente su terreni di questo tipo.

Le tracce dell’uomo

I siti mesolitici dei laghetti del Colbricon
I siti mesolitici dei laghetti del Colbricon

Il paesaggio che osserviamo oggi porta però il segno di eventi molto più vicini nel tempo: le grandi glaciazioni del Quaternario. Furono queste, insieme all’erosione dovuta al vento e allo scorrere delle acque superficiali, a modellare le linee delle montagne e delle valli, approfondendo solchi preesistenti, erodendo fianchi vallivi, trasportando detriti e costruendo circhi glaciali, anfiteatri e cordoni morenici.

All’ultimo ritiro dei ghiacci, circa 10.000 anni fa, poté assistere anche l’uomo, proprio dai luoghi in cui abbiamo fatto tappa in questo “viaggio geologico”. I cacciatori del Mesolitico dalla valle dell’Adige, attraverso il Lagorai, risalirono 8-9000 anni fa i fianchi della valle del Cismon e si spinsero verso il Colbricon e il Passo Rolle con i loro campi di caccia stagionali. Soprattutto ai laghetti di Colbricon, alla sella fra il Colbricon e la Cavallazza, ma anche presso Malga Fosse e al Rolle sono state trovate interessanti testimonianze.

Il Vanoi e la Val Canali

Pradi de Tognola (Vanoi)
Pradi de Tognola (Vanoi)

Due valli dal fascino particolare dalla storia politico-economica coincidente nonostante la differente localizzazione sul territorio. Sono due valli dal fascino particolare la cui storia politico-economica è sostanzialmente coincidente nonostante la differente dislocazione sul territorio.

La Valle del Vanoi, caratterizzata da luoghi suggestivi e ancora selvaggi, è un bacino praticamente chiuso su tutti i lati, tranne che nella parte più meridionale, dove confluisce nel Cismon. Si incunea profondamente nel punto in cui il massiccio del Lagorai raggiunge la sua massima profondità in direzione Nord-Sud,biforcandosi tra il gruppo di Cima Cece (2749 mt.)ed il massiccio di Cima d’Asta (2848 mt.).

Il paesaggio è stato modificato nei secoli passati da un’impressionante serie di catastrofi naturali (alluvioni e smottamenti) dovute al carattere torrentizio dei corsi d’acqua.


Prati Fosna (Val Canali)

L’incantevole Val Canali, situata nella parte sud-orientale del Parco,a nord è dominata da imponenti gruppi rocciosi del versante meridionale delle Pale di S.Martino, mete da sempre ambite dagli alpinisti: Cima Canali (2900 mt.),il Sasso de le Lede (2580 mt.) e la Cima d’Ostio (2405 mt.) fra la Val Pradidali e il Vallon delle Lede, oltre alla Cima dei Lastei (2846 mt.) fra il Vallon delle Lede e la Val Canali.

Sono le montagne che dividono, con un triangolo roccioso, la Val Pradidali dalla Val Canali, caratterizzate in alto da ripidi gradini di origine glaciale. Il punto di congiunzione della Val Pradidali con la Val Canali è nella località Cant del Gal, il cui nome fa riferimento alle arene di canto del gallo cedrone.Qui si trovano una vasta area di parcheggio e punti di ristoro.


Le attività umane

Ancora oggi nella comunità del Vanoi permane comprensibilmente un senso di separazione dalle altre terre, dovuto alle montagne molto elevate e ripide che circondano la valle. Ancora oggi il timore e le risorse della valle sono legate al torrente , alle gole, alle acque. Ciò che si è radicalmente modificato è il numero della popolazione: dai 4500 individui del ritratto resoci dal parroco, salita a 6300 all’inizio del secolo, ridotta a 3300 negli anni ’50, oggi raggiunge a stento i 1650.

Le attività boschive furono, per tutti i secoli passati, ma anche nei primi decenni del nostro secolo, una delle risorse più importanti della popolazione del Vanoi, che andava a integrare l’allevamento e una agricoltura povera. È difficile per noi avere un’esatta percezione di quella realtà. A Caoria, gli ampi piazzali della segheria demaniale accolgono ordinatamente i tronchi provenienti da tutte le foreste del Parco: quelle demaniali di Valzanca e Valsorda (1600 ettari), ma anche quella di Paneveggio, sul versante opposto. C’è un che di asettico e di pulito nel lavoro di esbosco e di preparazione del legname, oggi che la montagna è costellata di strade forestali e che ardite teleferiche possono essere installate con efficienza e rapidità.

Basta però salire di poco per trovare qualche testimonianza che ci mette sulle tracce di un lavoro – il complesso di attività legate allo sfruttamento del bosco – per secoli rimasto uguale a se stesso, fatto di una rude tecnologia, di fatica e pericolo.

Le trasformazioni economiche legate all’abbandono dell’agricoltura e zootecnia tradizionali, hanno assunto dimensioni molto significative in quest’area a partire dagli anni ’60.

Gli effetti si sono ovviamente manifestati nelle dinamiche demografiche e nell’abbandono di usi del suolo storicamenti consolidati.

Da un punto di vista insediativo la Valle del Vanoi è caratterizzata dalla presenza di alcuni centri abitati, che raccolgono l’assoluta maggioranza della popolazione e da una rilevante edificazione sparsa, per lo più lungo le vie di comunicazione.

Gli insediamenti si diversificano per la loro collocazione topografica in agglomerati edificati sulle prime pendici dei monti (Ronco), su conoidi di deiezione (Caoria) e su terrazzi o ripiani orografici (Canal San Bovo, Prade e Zortea).

Turismo e alpinismo

La Val Canali è meta di interesse turistico per escursionisti o semplici amanti della natura che trovano ospitalità nei numerosi ristoranti, agritur e rifugi della zona. Abbandonate in gran parte le attività agricole legate alla zootecnia tradizionale, la popolazione locale si dedica con particolare cura al mantenimento e coltivazione di prati e prati-pascoli in cui si collocano i rustici ,” masi “, utilizzati soprattutto nel periodo estivo.

L’alpinismo iniziò ufficialmente nel gruppo delle Pale di San Martino. Il 30 maggio 1864 una comitiva di alpinisti inglesi, fra cui William D. Freshfield e Francis F. Tuckett, condotti da due guide (una svizzera e una savoiarda) realizzarono la prima traversata alpinistica del Passo Canali, fra la valle di Angheraz e la Val Canali, da Taibon a Fiera di Primiero. Era probabilmente la prima volta che un alpinista visitava quei luoghi, conosciuti comunque dai pastori e dai cacciatori valligiani. Negli stessi anni venivano salite, soprattutto da alpinisti inglesi e tedeschi , le principali cime del gruppo (1870, Cimon della Pala; 1878, Pala di San Martino; 1879, Sass Maór); poi, dagli anni Ottanta si passerà alle cime minori, ma più ardite e alla ricerca di vie sempre più difficili. È solo nell’ultimo decennio del XIX secolo che vengono salite le cime che fanno corona alla Val Canali, particolarmente selvagge e ardite.

Le Acque

Le Acque

Le Acque sono un elemento fondamentale per la conservazione della fauna e la funzionalità ecologica. Il Parco è...
I ghiacciai

I ghiacciai

Due sono i principali ghiacciai tuttora presenti nel Parco, entrambi nel gruppo delle Pale di San Martino.
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