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Chi difenderà il Santo Tempio?

Dr.ssa Alessandra Bracci

Tout n'est que cendre et poussière,
tout sauf le Temple à l'intérieur de nous
Il est à nous, avec nous dans les siècles des siècles.
Vladimir Maximov


Una leggenda narra che il 18 marzo di ogni anno, si vede comparire in una cappella posta nel cuore del Circo di Gavarnie nei Pirenei, ove riposano sei templari, «un cavaliere del Tempio in tenuta da combattimento, con la lancia in resta e il famoso mantello bianco crociato di rosso al posto del sudario funebre. A lenti passi si dirige verso il centro della cappella, e qui manda un richiamo lacerante la cui eco si ripercuote in tutto l'anfiteatro montuoso: "Chi difenderà il Santo Tempio? Chi libererà il sepolcro di Cristo? A questo richiamo i sei templari sepolti si rianimano e si levano per rispondere tre volte: "Nessuno! Nessuno! Nessuno! Il Tempio è distrutto!"»1. L'eco di quelle voci risuona nelle pieghe del tempo e dei luoghi per richiamare ad una catastrofe al centro della storia universale: la distruzione del Tempio, la distruzione di quella forma che nella sua sacralità, è riflesso del mondo divino. Ma nel corso dei secoli, ricorre anche un'altra immagine trionfale, che oppone a questa apparente inevitabile disfatta, la volontà di una sfida permanente, ed è l'immagine della ricostruzione del Tempio, ove l'essere umano, perduta la sua anima, è chiamato ad un viaggio per ritrovare il significato della cripta e contribuire all'avvento del Nuovo Tempio che assume le dimensioni di una restaurazione cosmica. Una vera e propria "eroica" ricerca di quel centro che non è situato in quanto non è luogo, alla quale viaggiatori lontani nel tempo e nello spazio hanno dedicato la propria esistenza, ognuno con il proprio passo mostrando che non esiste alcuna frattura nella spirale della vita poiché essa, nella caleidoscopica varietà delle forme, si estende senza soluzione di continuità dalle più oscure profondità fino alle altezze più vertiginose. Non è da tutti avviarsi lungo un siffatto e periglioso cammino, ma ciò che conta è intraprenderlo e mantenere sempre vivo l'amore per la verità, quell'amore che consente all'essere umano di esprimere la dimensione più profonda e creativa della propria esistenza, di recuperare la propria esperienza di totalità, cercando di ritrovare quell'antica armonia con la Natura che costituisce la premessa vitale della sua stessa sopravvivenza.
Si tratta di un faticoso processo di trasformazione che investe, a livello individuale e collettivo, l'intera umanità: «la domanda decisiva per l'uomo è questa: è egli rivolto all'infinito oppure no? Questo è il problema essenziale della sua vita. Solo se sappiamo che l'essenziale è l'illimitato, possiamo evitare di porre il nostro interesse in cose futili, e in ogni genere di scopi che non sono realmente importanti. […] Se riusciamo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l'infinito, i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano. […] La più grande limitazione per l'uomo è il "Sé"; ciò è palese nell'esperienza: "Io sono solo questo!". Solo la coscienza dei nostri angusti confini nel "Sé" costituisce il legame con l'infinità dell'inconscio»2. Può dunque l'uomo orientarsi verso tale nucleo originario, ad esso avvicinarsi e cogliere la propria totalità? Può muoversi nel labirintico percorso attraverso i più oscuri meandri della propria soggettività per compiere la propria metamorfosi? Quali caratteristiche psicologiche sono necessarie per attuare una tale trasformazione? In questa prospettiva le eterne domande dell'uomo sul senso della nascita, sul valore della morte, sul significato della vita e del suo progetto, sul perché del dolore o del piacere, diventano oggi le domande collettive più formulate.
Nell'eterno fluire dell'esistenza, il tempo si coagula in una forma, in un grumo di sensi secondo l'incessante processo di vita-morte che continuamente contempliamo nel farsi e disfarsi della materia. Se potessimo filmare la nostra esistenza personale, financo quella collettiva, e potessimo riprodurre la moviola e velocizzarne la sequenza all'infinito, la nostra effimera vita e quella dell'intera umanità, scomparirebbero! Come direbbe Diego Frigoli: «il tempo e lo spazio assumono importanza solo in funzione dell'io che deve riorganizzare la propria esistenza, ma come valori assoluti si pongono al di là del concetto empirico sino ad annullarsi nell'ipotesi dell'Essere, inteso come "archè" delle cose. È infatti nella quieta compostezza e neutralità dell'Essere che il tempo e lo spazio si liberano dalla prospettiva di costruire un orizzonte conoscitivo, una dimensione esistenziale contingente, che di fatto non esiste se non come fuga dalla realtà vera di una coscienza espansa all'infinito. Su questo iniziale inganno poggia l'emergere della coscienza»3.
Una visione del mondo che cerchi di intrecciare tutti i livelli – personale, sociale, collettivo e spirituale – in un modello il più possibile coerente, costituisce per l'individuo una necessaria ricerca di ordine, che va a riattivare gli archetipi universali e il loro divenire individuale, espresso non solo nelle vicende umane ma anche nella storia biologica e psicologica del corpo e della mente dell'uomo che ripete analogicamente le leggi del Macrocosmo, ove la parola "cosmo" racchiude nella sua dinamica due significati strettamente affini: l'ordine che è presente nell'Universo e che pertanto sarà presente anche nell'uomo e, l'armonia che ne regge le sue leggi immutabili che si esprimerà nell'uomo come sintesi di parti armonizzate nel tutto, come continuum biologico, psicologico e spirituale che si snoda nelle infinite metamorfosi filogenetiche, in un progetto virtuale che ha come fine la propria coscienza individuata. L'ecobiopsicologia, come sviluppo delle scienze della complessità e in accordo con le moderne teorie evoluzionistiche, propone un modello che ambisce a porre in relazione i codici semiologici delle forme del vivente e i loro particolari linguaggi (aspetto ecologico) con gli analoghi linguaggi del corpo umano, che sedimentano in sé la filogenesi del mondo (aspetto biologico) per poi ritrovare tale relazione fra "mondo" e "bios" umano negli aspetti psicologici e culturali dello stesso, grazie ai miti, alla storia delle religioni e alle immagini collettive dell'umanità (aspetto psicologico). È in questo senso che possiamo parlare dell'uomo come "Creatura Integrale" che, nell'accezione più profonda del termine, esprime quella dimensione radicata nella sua fisicità che diviene tempio vivente della propria progressiva emancipazione cosciente verso l'unità, quella dimensione che non è stata ancora ordinata secondo quella costante armonica che definiamo come legge universale e che nel suo procedere verso l'integrazione, apre la coscienza a significati non prevedibili e trascendenti l'ordinario. Per accedere a quanto vive occulto nell'intimo santuario della propria anima, non è possibile avvalersi di una semplice logica descrittiva "lineare", quanto piuttosto di una lettura "circolare" capace di integrare la conoscenza razionale con il valore irrazionale dell'empatia ed una fondata consapevolezza dell'essenziale interazione ed interdipendenza di tutti i fenomeni: fisici, biologici, psicologici, sociali, culturali e spirituali. È necessario privarsi della vista esteriore che incatena ai bisogni entro cui incarceriamo la nostra esistenza, è necessario accogliere la graduale destrutturazione di ogni egoismo, è necessario sacrificare l'illusoria speranza di felicità proiettando nell'altro da sé il proprio bisogno di completezza, per aprirsi ad una vista interiore capace di andare oltre le barriere erette dalla volontà egoica ed abbracciare l'invisibile e l'inudibile. Solo attraverso il superamento delle proiezioni dell'Io si può avviare il proprio cammino verso una piena e vera trasformazione che presuppone il dolore e la sofferenza come mezzo privilegiato di conoscenza e consapevolezza di un senso di appartenenza ad una comunità di ordine più generale, quella costituita dalla Vita: noi tutti siamo parte integrante della "famiglia terrestre" e in quanto tali dovremmo comportarci come fanno gli altri membri di questa famiglia – piante, animali, microorganismi – che formano quella vasta rete di relazioni nota con l'espressione la "rete della vita". Questa rete vivente globale si è dischiusa, evoluta e diversificata negli ultimi tre miliardi di anni senza mai rompersi. Come membri della comunità globale, è necessario che anche l'uomo sia in grado di sviluppare la propria progettualità in modo tale da non interferire con la natura della vita. Come poter penetrare il mistero della natura? Come poter cogliere il senso di profonda connessione con essa? Se continuiamo a vivere solo con un limitato stato di coscienza dell'Io, forse la nostra civiltà non vivrà ancora a lungo ed emergerà qualche altra forma di vita. L'essere umano, parte integrante dell'universo intero, non è che un passeggero su questa terra che, di fronte allo sfaldarsi del tempo, è chiamato ad oltrepassare la soglia, ad attraversare un simbolico ponte per accedere ad una rinnovata lettura del flusso della vita entro il quale siamo costantemente immersi.
In tal senso, ricordo di una esperienza che vissi in occasione di un solitario cammino presso i sentieri nei ricchi boschi del Parco naturale di Paneveggio, un'area protetta di quasi 200 km² istituita dalla Provincia autonoma di Trento nel 1967. Un vero e proprio capolavoro della natura, noto come la "Foresta dei violini" in virtù della presenza massiccia di abeti rossi, il cui legno custodisce, dal 1700 ad oggi, l'antico segreto della fabbricazione di violini perfetti: maestri liutai si recavano fin qui per acquistare i legni più pregiati e poi trasformarli in strumenti musicali di rara perfezione. Si narra che fosse Stradivari in persona ad aggirarsi nella foresta di Paneveggio alla ricerca degli alberi più idonei alla costruzione dei suoi violini, in particolare l'abete di risonanza, quello rosso plurisecolare che, particolarmente elastico, trasmette meglio il suono e i cui canali linfatici sono come minuscole canne d'organo che creano risonanza. Inoltre è noto come "mondholz", che significa legno lunare, poiché viene tagliato seguendo il Calendario Forestale Lunare ovvero nei giorni immediatamente seguenti il novilunio di dicembre. Stando all'antica tradizione, risalente alla cultura Assiro-babilonese, sono proprio i giorni che seguono la luna nuova di dicembre quelli più indicati per effettuare il taglio. Non solo, ma alcuni tronchi vengono immessi nel torrente Travignolo ove l'acqua invernale provvede ad accarezzarli, scuoterli e a farli vibrare e suonare. In tale contesto, ebbi l'occasione di vivere una esperienza che mi arricchì e che mi ritrovo brevemente a narrare con l'intento di condividere lo stato di armonia e di bellezza che è possibile sperimentare in connessione con la natura, fino a coglierne la "magia" e comprendere il senso di appartenenza alla complessa "rete della vita". Mi ritrovavo a camminare nello stretto percorso di questa foresta, quando mi accorsi che di lì a poco il sentiero stava per volgere al termine e nessun punto di approdo "civile" sembrava delinearsi nei paraggi. Con passo incerto, dubbi e timori arrivai ad un ponte: mi sedetti per prendere una decisione. Si trattava di un procedere che in quel momento non era più soltanto un atto fisico, ma lentamente prendeva la forma di un superamento oltre la realtà oggettiva per intrecciarsi con una dimensione soggettiva fatta di limiti personali e paure, fino al punto di realizzare un sentimento di libertà e con essa di responsabilità. Fu così che in un totale stato di pace, oltrepassai il ponte e mi aprii ad affrontare il nuovo cammino. Passo dopo passo la meravigliosa sensazione che si faceva sempre più intensa in me era quella di essere parte di uno spartito vivente: il sussurrare del vento prendeva sempre più corpo nei labirintici percorsi creati dalle ricche chiome degli antichi alberi, si trattava di uno stormire delle fronde che dava significato a quella melodia naturale in pieno accordo con l'articolato cinguettio di una biodiversità di penne e piume fatta di pettirossi, fringuelli, cardellini, etc. fino al rintocco caratteristico del picchio. Una stereofonia armonizzata con le forme e i colori di quei luoghi, ove i fiori stessi svettavano verso l'alto per disegnare sul naturale pentagramma la loro preziosa nota. Il mio procedere lento nella sacralità di quel tempio, incontrò un nuovo suono, un tamburellare del cuore ritmato dal battere sul terreno degli zoccoli di un cervo proprio davanti ai miei occhi. In totale sintonia con quanto accadeva, non provavo alcuna paura, quanto piuttosto percepivo l'intensità di una Natura che costantemente cambia e rivela se stessa. Fu così che giunsi all'ultimo atto di quella partitura: nel silenzio di una ampia e desolata valle, a custodia di un varco dimenticato dagli uomini, un asino albino immobile stava sulla scena come un unicorno, le cui orecchie quasi a toccarsi esprimevano la tensione a formare un bianco corno. Quasi a richiamare un tragitto percorso da altri prima di me, mi sentii grata per tutto ciò che quel breve tratto del mio cammino mi aveva insegnato e per quanto ancora non ho compreso. Come ben descrive l'antichissimo Nobile e Filosofo Germanico Lambsprinck nella terza figura del breve trattato sulla Pietra Filosofale: «Adesso è necessario che sappiate che ci sono nella nostra Foresta un Cervo ed un Liocorno. Ci sono, nel Corpo, l'Anima e lo Spirito»4. La vita di ogni essere umano, così misteriosa, irripetibile e sacra è l'occasione di un luogo e un tempo ove poter esprimere un vero e proprio slancio amoroso verso la natura infinita accompagnato dalla tensione verso la conoscenza della Verità da ritrovare dentro e fuori se stessi. La vera sfida è vivere con consapevolezza.
Questo tipo di esperienze ricordano quanto il problema non sia solo vincere la lotta contro l'inquinamento, l'esaurimento delle risorse disponibili, la sovrappopolazione, il decadimento politico, religioso, etc. quanto piuttosto iniziare ad affrontare la battaglia dentro noi stessi: mentre stiamo ancora cercando strumenti e processi per tamponare ed arrestare una crisi che si impone, convinti della nostra supremazia sulla natura, inebriati dai nostri successi e dalle nostre incredibili conquiste, non siamo ancora riusciti a controllare la nostra più intima natura, a comprendere il tumulto di emozioni che si agita nei diversi livelli del nostro "mare interno", ad accettare la crudezza dei nostri limiti e al tempo stesso la grazia e leggerezza che sperimentiamo nella materia dei nostri sogni, a mantenere vivo il fuoco della nostra più profonda ricerca, nonché a scoprire il prezioso oro nascosto nelle nostre profondità.
L'eco di quella lontana voce continua a risuonare: «Chi difenderà il Santo Tempio?»: ogni cambiamento si origina da qualche parte, si avvia in ogni essere umano … chiunque di noi. Nessuno ha il diritto di stare a guardare aspettando che altri facciano quello che egli non è disposto a mettere in atto personalmente.


1 Corbin, H., (2010). L'immagine del Tempio. Milano: Se, p. 143
2 Jung, C.G., (2007). Ricordi, sogni, riflessioni. Milano: BUR, pp. 382-383
3 Frigoli, D., (1985). Le metamorfosi della coscienza. Introduzione ad una filosofia psicosomatica integrale. Milano: Endas, pp. 4-5
4 Ranque, G., (1989). La Pietra Filosofale. Roma: Mediterranee, p. 175

Bibliografia
AA.VV. (2011). Mysterium Coniunctionis. La base ecobiopsicologica delle immagini archetipiche. Bologna: Persiani
Capra, F., (2008). La rete della vita. Milano: BUR
Corbin, H., (2010). L'immagine del Tempio. Milano: Se
Frigoli, D., (1985). Le metamorfosi della coscienza. Introduzione ad una filosofia psicosomatica integrale. Milano: Endas
Frigoli, D., (2013). La fisica dell'anima. Bologna: Persiani
Frigoli, D., (2016). Il linguaggio dell'anima. Roma: Magi
Hannah, B., (1996). Vita e Opere di C. G. Jung. Milano: Rusconi
Jung, C.G., (2007). Ricordi, sogni, riflessioni. Milano: BUR
Ranque, G., (1989). La Pietra Filosofale. Roma: Mediterranee
Tortorici Conti, E., (2007). Amare l'amore. Roma: Armando