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L'inno di Paneveggio

Svegliarsi uno splendido mattino e percepire di non avere nient'altro da fare che guardare nuovi panorami ed essere felici, è privilegio che vale un viaggio di mille miglia. La gioia mi pervase mentre porgevo il primo saluto ai raggi del sole che cominciavano ad illuminare Paneveggio. Qui finalmente trovavo la vita rurale che avevo sognato; trovarla combinata con una così grande prospettiva di vita silvestre accresceva le mie emozioni”.

Così Walther White, viaggiatore inglese di fine ‘800, descriveva il suo primo risveglio nella locanda di Paneveggio.

Nato nel 1811, da umile famiglia, White inizia a lavorare come artigiano ebanista, poi emigra negli Stati Uniti e ritornato a Londra, intorno ai trent'anni, inizia la sua carriera di scrittore. Dal 1844 al 1849 scrive più di duecento articoli per diversi giornali e comincia a raccogliere memorie e racconti delle sue vacanze viaggiando sia in Inghilterra che all'estero. Nel suo libro più famoso “Holidays in Tyrol” pubblicato nel 1876 descrive i suoi viaggi nelle regione dolomitica, dal 1869 al 1875. Tradotto in italiano con il titolo “Dolomiti & dintorni - Taccuino di viaggi 1869-1875” da Gianni Rossi e Cleto Gnech è stato pubblicato nel 2011 da Nuovi Sentieri Editore.

Walther White giunge a Paneveggio dal Passo Rolle, dopo una breve sosta all'ospizio di San Martino.

Il sentiero che conduce da San Martino a Paneveggio è ripido e sconnesso, ma sul Passo Rolle stanno lavorando una trentina di operai per costruire la nuova strada che collegherà il Primiero con Predazzo. Alla vista di “Paneveyo” (così chiama Paneveggio la guida Colesel) il viaggiatore inglese esulta nell'uscire dalla maestosa foresta per entrare in una radura con una vera strada e tanti falciatori all'opera. Alla locanda di Paneveggio, dopo una quindicina di giorni di lingua montana, ritrova inoltre la lingua tedesca, dato che i locandieri erano di origine tirolese. Si sente come a casa e decide di fermarsi, senza proseguire subito per Predazzo.

Passerà più di un mese a Paneveggio, esplorando i dintorni e godendo della magnifica natura, ancora selvaggia. Alla località dedicherà ben quattro capitoli del libro, descrivendo la magnificenza della foresta, (allora di proprietà della Corona), la bellezza del paesaggio e delle acque limpide e cristalline che definisce “specchi d'acqua così chiari ed animati da farci invidiare i pesci”.

Dalle descrizioni di White, si scopre così che Paneveggio alla fine del 1800, nel periodo estivo, era una località molto frequentata, in cui, oltre alla locanda, chiamata nel circondario Schönen Kerl (Bel tipo), esistevano numerose costruzioni, in seguito distrutte dalla guerra.

Vi erano infatti una cappella, una latteria, un granaio e una segheria.

Nella locanda prevaleva la semplicità: porte e pareti erano di abete grezzo e i materassi imbottiti di foglie di granoturco, ma soffici e puliti. Alle pareti quadri religiosi e acquasantiere e, per i forestieri che lo richiedevano, anche il crocifisso. Il vitto era buono, non mancava mai la carne, che arrivava da Predazzo, come il vino e il pane, mentre alcune verdure, come cavoli, fagioli di Spagna e lattuga, provenivano da un orto situato vicino alla cappella. Burro e formaggio, venivano invece prodotti a Paneveggio nella latteria, una piccola costruzione in legno, aperta sui quattro lati. Il burro, realizzato grazie ad un'ingegnosa ruota a pala che sfruttava la forza del torrente, e venduto in Italia, riusciva sempre a spuntare i prezzi migliori.

Costruita con i proventi del pedaggio del legname attraverso il passo a Primiero o ad Agordo, la cappella era una costruzione semplice che portava sul frontone la data del 1733. L'esterno bianco e lineare racchiudeva un interno ricco di decorazioni e di ex-voto. Il più curioso, secondo White, era quello che rappresentava la scena del salvataggio miracoloso di 16 uomini sepolti da una valanga verso il passo Valles nel 1758. Un prete pagato dal governo, da giugno a settembre, si recava tutte le domeniche a dire la Messa, così pure nel giorno dei Santi, a Natale, Capodanno, Pasqua e Pentecoste. I giorni di festa, fuori dalla cappella, dall'altra parte della strada, un venditore ambulante, su un banco improvvisato con assi prese in prestito alla segheria, vendeva pipe, spille, pettini, fermagli e coltelli dalla pessima fattura tanto che “un ambulante inglese si sarebbe vergognato di metterli in mostra”. Dopo la funzione sacra, sempre molto affollata dai lavoranti poveramente vestiti, la domenica proseguiva nella locanda dove ben 40-50 uomini si ritrovavano per bere liquore alla genziana e giocare a morra, producendo un frastuono tale che per trovare pace e tranquillità bisognava allontanarsi sui monti o nei boschi.

White lascia a malincuore Paneveggio, fra le proteste dell'oste che si offre persino di prestargli del denaro, promettendo però di farvi ritorno l'anno seguente.

Il viaggiatore inglese rimase talmente colpito dalle meraviglie naturali e dalla vita che si svolgeva a Paneveggio da dedicargli persino un inno, scritto in tedesco (Das lied von Paneveggio), che decanta in maniera talvolta ironica, personaggi e ambiente.

L'inno, pubblicato sul libro “Dolomiti & Dintorni - Taccuino di viaggi 1869-1875” ha suscitato l'entusiasmo dei dipendenti dell'Ente Parco che lavorano a Paneveggio. Tanto da spingere il guardiaparco Alberto Volcan a musicarlo e proporlo. La melodia è stata trascritta in pentagramma da Andrea e, grazie alla consulenza informatica di Giuliano e Mauro, sul sito internet del Parco (www.parcopan.org) si possono trovare lo spartito, le parole con la traduzione in italiano e un file midi per ascoltarlo. Nella speranza che qualche maestro di coro possa armonizzarlo per inserirlo nel palinsesto e riportare alla conoscenza del pubblico uno spaccato di questa magnifica foresta, quasi immutata al trascorrere del tempo.


Federica De Luca