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Ricerche sulla fauna

Ricerca sull'erpetofauna del parco

Condotta nel biennio 1993/1994 dalla Cooperativa Albatros di Trento, si poneva come obiettivi l'individuazione delle specie d'anfibi e di rettili presenti nel Parco, il chiarimento della loro distribuzione e per gli anfibi anche l'identificazione dei principali siti riproduttivi. La ricerca ha evidenziato la presenza nell'area del Parco di 6 specie di Anfibi e 9 di Rettili.

Ricerca sull'avifauna del Parco

Ricerca generale sull'Avifauna nidificante nel Parco avente i seguenti obiettivi:

  • determinazione del numero di specie presenti
  • loro abbondanza relativa e preferenze ambientali
  • individuazione di ambienti particolarmente idonei all'avifauna da richiedere interventi mirati di tutela.

La stessa ha permesso di individuare 84 specie di uccelli nidificanti nel parco, numero molto elevato se rapportato alle dimensioni dell'area protetta. Condotta nel biennio 1995/1996 dalla Cooperativa Albatros di Trento, con la supervisione scientifica del professor Francesco Barbieri dell'Università di Pavia, è il punto di partenza per l'avvio di nuove ulteriori ricerche in questo campo.

Monitoraggio sanitario della fauna selvatica del Parco

Dal 1992 si sta eseguendo un approfondito monitoraggio sanitario degli animali presenti nel parco, finalizzato al controllo dell'insorgenza e dell'andamento di alcune malattie e parassitosi. Il monitoraggio si attua prevalentemente sulle specie di ungulati selvatici presenti quali cervo (Cervus elaphus), camoscio (Rupicapra rupicapra) e capriolo (Capreolus capreolus).

Dalle analisi condotte è emerso che esiste un'interazione parassitaria tra ruminanti domestici e selvatici a scapito di questi ultimi.

Per contenere tale fenomeno, grazie alla collaborazione tra le A.S.L. territorialmente competenti, l'Università di Milano e l'Ente Parco, viene condotto da alcuni anni il trattamento antielmintico di tutti gli ovicaprini alpeggianti e transumanti nelle zone a Parco.

Studio sui parametri che determinano la dispersione e l'utilizzo dell'habitat nel camoscio alpino (Rupicapra rupicapra).

Le scarse conoscenze scientifiche sul comportamento spaziale di questo animale hanno indotto l'Ente Parco ad attuare uno studio ad hoc.

Avviato nel 1998 e condotto dal professor Sandro Lovari, dell'Università degli Studi di Siena, è terminato nel corso del 2001.

Gli animali oggetto del monitoraggio radiotelemetrico sono stati quasi trenta, con ritmi di rilievo veramente elevati, più di 20 fixes al mese per soggetto.

Grazie a questo massiccio lavoro di telemetria è stato possibile ottenere una considerevole massa di dati, utili a definire gli spostamenti e l'utilizzo delle risorse da parte di questa specie.

Studio sulla micro e mesoteriofauna del parco

Grazie al rapporto di collaborazione tra Ente Parco e Università degli Studi di Padova, è stata condotta dal 1993 al 2001 una ricerca sui micromammiferi del parco. In particolare sono state indagate la biologia e l'ecologia dell'arvicola rossastra (Clethrionomys glareolus) e dell'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis), grazie a sessioni di cattura - marcatura - ricattura.

Inoltre è stata definita la quantità di seme di abete rosso che i micromammiferi possono consumare in foresta.

Sono state pure determinate le specie di piccoli roditori e insettivori presenti nel Parco, che ammontano a ben 19.

Affiancato a tale ricerca è stato condotto uno studio sui carnivori del Parco da parte del dottor Stefano Mayr.

Lo studio basato sull'identificazione dei segni di presenza delle varie specie di carnivori ha permesso di identificare il quadro distributivo dei mustelidi (Gen. Martes e Mustela), della volpe (Vulpes vulpes) e del tasso (Meles meles). Su alcuni esemplari di quest'ultima specie è stato eseguito un lavoro di telemetria che ha permesso di definirne l'uso dell'habitat.

Reintroduzione dello stambecco (Capra ibex) nel Massiccio delle Pale di San Martino

Nel triennio 2000/2002 ha trovato attuazione il progetto di reintroduzione dello stambecco sul Massiccio delle Pale di San Martino, eseguito da parte dell'Ente Parco in stretta collaborazione con il Servizio faunistico della Provincia autonoma di Trento.

Al momento attuale sono stati rilasciati 30 stambecchi, 15 maschi e 15 femmine. Nel corso della primavera 2002 si sono avute le prime nascite.

Gli animali rilasciati, tutti muniti di radiocollare, sono seguiti da personale qualificato nell'uso della radiotelemetria, tecnica con la quale si riesce ad accertare la posizione dell'animale a distanza.

Studio sulla biologia del cervo (Cervus elaphus)

È in corso uno studio sul comportamento spaziale del cervo nel Bacino del Travignolo, all'uopo è stato formalizzato un rapporto di collaborazione tra l'Ente Parco e l'Associazione Cacciatori della Provincia di Trento, il Servizio Faunistico della P.A.T. e il Servizio Parchi e Foreste demaniali, finalizzato all'attuazione del progetto.

Inoltre è già stata stipulata una convenzione con il Professor Sandro Lovari dell'Università degli Studi di Siena per il coordinamento della ricerca e l'attuazione delle fasi di monitoraggio radiotelemetrico della quindicina di cervi catturati e dotati di radiocollari.

Gli scopi della ricerca sono:

  • studiare il comportamento spaziale nei due sessi e nelle varie classi d'età;
  • quantificare le capacità di spostamento della popolazione dentro e fuori l'area di studio;
  • individuare i modelli stagionali di spostamento e l'ubicazione dei quartieri di svernamento e estivazione;
  • descrivere i movimenti dispersivi attuati dagli individui giovani.

Studio sui chirotteri del Parco

Avviato nel co1 è finalizzato alla determinazione delle specie presenti, all'identificazione delle zone di nidificazione e di svernamento.

Una volta individuati tali siti si potrà valutare l'opportunità di intraprendere forme di tutela mirate.

Lo studio è condotto dal Sig. Paolo Paolucci, con la supervisione del prof. Luigi Masutti dell'Università degli Studi di Padova.

La ricerca sul gallo cedrone nel Parco

A partire dall'anno 2009 è stata avviata una ricerca sulla biologia del gallo cedrone, al fine di approfondire lo status della specie.
La ricerca prevede l'acquisizione di approfondite conoscenze sulla specie, in particolare sugli spostamenti e sulle esigenze ambientali, indagando anche i fattori che influenzano la dinamica di popolazione al fine di individuare idonee misure di conservazione.
Il gallo cedrone è il più grande fra i galliformi italiani ed è ormai scomparso dalla maggior parte delle foreste delle Alpi; per questi motivi rientra tra l'altro nell'elenco delle specie tutelate dalla normativa europea, la cosiddetta “Direttiva Uccelli”.

La ricerca sul gallo cedrone nell'area protetta

A partire dall'anno 2009 l'Ente Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino ha avviato una ricerca sulla biologia del gallo cedrone, al fine di approfondire lo status della specie e in particolare le motivazioni della sua rarefazione, per poter individuare efficaci misure di conservazione.
Questa ricerca, che prevede la cattura e la marcatura di alcuni individui, ha permesso fino ad ora di munire di radiocollari 23 galli cedroni, 18 maschi e 5 femmine, di cui 19 ancora sotto controllo radiotelemetrico.
Il gallo cedrone, va ricordato, è il più grande fra i galliformi italiani ed è ormai scomparso dalla maggior parte delle foreste delle Alpi; per questi motivi rientra tra l'altro nell'elenco delle specie tutelate dalla normativa europea, la cosiddetta “Direttiva Uccelli”.
Nell'area del Parco questa splendida specie fortunatamente è ancora presente con una densità significativa, ed il Piano faunistico del Parco specifica che i tetraonidi necessitano di ulteriori approfondimenti circa il loro status.
Nel 2007 vi furono i primi contatti con la Prof. Ilse Storch, docente dell'Università di Friburgo, tra i maggiori studiosi di tetraonidi a livello mondiale tanto da essere il referente per tali specie della IUCN (Organizzazione mondiale per la conservazione della natura) e con il dott. Luca Rotelli, noto esperto di galliformi, che hanno consentito di gettare le basi per la realizzazione della ricerca nel Parco.

Dati ed esiti delle attività di studio
Il Convegno su ecologia, status e conservazione


La peculiarità dei dati emersi, che nella realtà alpina si configurano come i primi acquisiti su un numero rilevante di soggetti radiomarcati provenienti da 6 arene di canto diverse, è stata di stimolo per l'Ente Parco che, al fine di fare il punto sulla ricerca, lo scorso 5 ottobre ha organizzato un convegno a Mezzano (TN), in collaborazione con l'Università di Friburgo che segue lo studio per conto del Parco.

Le relazioni del convegno sono state introdotte da Vittorio Ducoli, Direttore del Parco, che ha ricordato la volontà dell'Ente Parco di concentrarsi su questa splendida specie che rappresenta un indicatore biologico di primaria importanza per l'area protetta e che in molte altre parti delle Alpi è minacciata.
Nella prima relazione Piergiovanni Partel, Responsabile del settore Ricerca e Conservazione del Parco ha delineato l'attività di monitoraggio condotta sulla specie, esponendo i dati dei censimenti primaverili sulle arene di canto, avviati dal Parco nel lontano 1992 e di quelli più recenti relativi ai censimenti tardo estivi con i cani da ferma, avviati nel corso del 2008 per accertare il successo riproduttivo. È stato inoltre evidenziato il positivo status della specie nell'ambito dell'area protetta, in controtendenza a quanto succede in altre realtà alpine in cui il tetraonide è in regresso, rilevando che nel corso del 2011 il censimento primaverile ha registrato il numero massimo di galli cedroni maschi del periodo 1994-2011, con una media di 2,5 maschi per arena di canto.
Nella seconda relazione Luca Rotelli, responsabile del progetto del Parco per conto dell'Università di Friburgo e studioso di galliformi alpini, ha evidenziato l'importanza dei dati e delle informazioni emerse dalla ricerca quale strumento per l'individuazione di misure di conservazione efficaci, esponendo tra l'altro i primi risultati sugli spostamenti dei galli cedroni muniti di radio collare, l'elevata sopravvivenza dei soggetti adulti e il basso successo riproduttivo della specie, che dal 2008 ad oggi si è assestato su valori medi di 0,64 pulli per femmina. Tra gli aspetti salienti presentati, la scoperta che l'elevato numero di femmine senza nidiata deriva soprattutto dall'importante tasso di predazione dei nidi, causato sia da mammiferi che da corvidi e dall'abbandono degli stessi a causa del disturbo antropico, mentre l'elevata mortalità dei pulli nelle prime settimane di vita dipende, in primis, dalle condizioni meteorologiche.
La relazione di Ilse Storch, Docente dell'Università di Friburgo, responsabile scientifico della ricerca in corso nel Parco e tra i maggiori studiosi di tetraonidi a livello mondiale, si è incentrata in particolare sull'influenza delle condizioni meteorologiche sulla dinamica di popolazione del gallo cedrone. La stessa ha rilevato che, pur essendo la specie ben adattata ai climi rigidi delle Alpi, in anni con primavere fredde e piovose si evidenzia un minore tasso di sopravvivenza dei pulli, ciò si ripercuote negativamente sulla dinamica di popolazione di questa sensibile specie.
La professoressa Storch ha anche fornito alcune raccomandazioni di carattere generale in tema di gestione. Si tratta di evitare soprattutto il disturbo durante il periodo della cova e dell'allevamento dei pulli, perché i pulcini di gallo cedrone sono molto vulnerabili. In particolare, fra gli aspetti concreti, ha suggerito di non prevedere utilizzazioni forestali in tali periodi e di attuare misure di contenimento di altre forme di disturbo antropico.
L'ultima relazione presentata dal biologo Albin Zeitler ha affrontato il tema della compatibilità della conservazione del gallo cedrone con le attività antropiche, con particolare riferimento alla pratica dello sci e dello sci alpinismo, portando esperienze provenienti dalle Alpi tedesche dove si sta lavorando per l'istituzione di aree di rispetto per i tetraonidi, nelle quali limitare in modo sostanziale il disturbo antropico nei confronti di queste specie.
A conclusione del convegno è nata una interessante e partecipata discussione che si è incentrata soprattutto sulla opportunità di proseguire lo studio e le attività di cattura, in modo tale da sfruttare al massimo gli sforzi condotti sino ad ora ed acquisire il maggior numero di informazioni su una specie che, nel prossimo futuro, difficilmente potrà essere oggetto di analoghe ricerche sull'arco alpino.